U.S.A. 2009

5^ parte – Brooklyn

Brooklyn, NY – 31 marzo

Per fortuna ancora una volta N.Y. ci accoglie con una giornata gloriosa di luce accecante e finalmente un rassicurante tepore primaverile, il primo, ci dicono tutti appena arrivati.
Ebbè… quando ci sei te ne accorgi… anche se la crisi è forte e abbraccia gli Stati Uniti tutti, New York combatte e si dimena e rimane sempre una città dall’energia evidente e vorticosa.
Noi siamo arrivati a Brooklyn, dove suoneremo e da dove stavolta non mi muoverò a parte una puntata notturna a Manhattan. La nuova frontiera della città è in continua espansione e sebbene raccolga tutte le sfaccettature della vita newyorchese, la parte più sviluppata e graziosa con locali, ristoranti, gallerie d’arte e shopping vario tutt’intorno Bedford Avenue, il quartiere polacco (al Warsaw abbiamo suonato a novembre, fantastico), i quartieri dormitorio, le zone dei “Projects” abitate per lo più da neri, portoricani e dominicani, dove non si ferma un taxi neanche a buttarti sotto dove mi son perso, zone di case fine secolo (2 secoli fa) semi-distrutte e abbandonate e arrugginita zona portuale, a Brooklyn domina un clima disteso (sarà la primavera) non comune a Manhattan…. Usti m’è venuto un tono da Lonely Planet… Sorry…
Anyway per noi giorno speciale, incontreremo un pò di amici molto cari e suoneremo con Steve Wynn, gia’ cantante dei Dream Syndacate, la sua splendida compagna e batterista Linda: i Miracle 3! Great suoniamo al Cameo, Loving Cup, un nuovo bar con una sorta di spazio galleria d’arte sul retro. Dopo aver svaligiato un paio di negozi di vestiti di seconda mano e un paio di bar, io e Rod ci rechiamo alla venue e siam tutti là! Yes! I Miracle 3 con nonchalance hit the stage e donano una lezione di rock’n’roll mai gradasso ma tutto ossuto e con grande stile. Gee! Che concerto! Sento gli elettroni impazziti nella stanza e dentro di me, penso fra un po’ tocca me e giaà son in clima vaffanculo, ho troppo voglia di suonare e saltare un po’. Steve invita Rod a suonare sugli ultimi due pezzi Medicine Show e Amphetamine.. apoteosi…. Quando si fa il r’n’r’ puro bisogna saperlo fare, does it make sense?
Quasi tutti i musicisti qui in America hanno un senso del suono e dell’uso dello strumento molto alto, molto ricercato, nel vero senso della parola, con molta mento paura, sia di essere alternativi che di offrirsi ai cliché del r’n’r, forse la cosa più difficile da fare. Avvicinarsi ai mostri sacri e al suono sacro è sempre scelta coraggiosa e ardua…
Beh saliamo noi, io barricato dietro una giacca da ‘estate a Brighton’ e occhiali rosa da interni e nei miei 4 centimetri quadrati di palco snocciolo le mie notine nodose, semi acustiche e scivolose e me la godo anche se la band non è in una delle serate più compatte e telepatiche ma come al solito sembriamo impressionare il pubblico.
Le serate a N.Y. son sempre le preferite, tutti poi in un bar next door, a conoscerci e riconoscerci, amici, affiliati, artisti come essere i New Kids on the Block in mezzo a facce amiche.
Domani partenza e mi sale la febbre… in tutti i sensi…

Roberto Dell’Era

4^ parte – verso la East Coast

NASHVILLE, TV – 26 marzo 2009

Non era prevista ma per spezzare il viaggio tra New Orleans e Washington (più di 1000 miglia) decidiamo di fermarci nella mitica Nashville. L’alternativa era il ranch di Mark, il nostro driver, nel mezzo del nulla…sarebbe stato comunque interessante ma, soprattutto per me che non ci sono mai stato, Nashville ha un altro fascino. E’ la città di Johnny Cash, amata da Dylan, Elvis e assoluta capitale del country e del bluegrass. Peccato che tutto ciò si sia ridotto ad una specie di caricatura di stessa. C’è la Country Music Hall of Fame e poi si esaurisce in una via, nemmeno tanto lunga. Stracolma di locali, negozi di souvenir e di texanerie varie (camice, stivali, cappelli….). E’ tutto finto. Anche la musica in qualche modo: suonano tutti da paura (ci credo…suonano una media di 8 ore al giorno saltando dal palco di un locale all’altro). Banjo, fidlle (il tipico violino country) lap-steel, pedal-steel…tutti mostri ma è solo business per turisti. Non c’è l’ombra dell’eredità di gente come Johnny Cash, è solo maniera. Giusto quindi passarci solo un pomeriggio, visto che la sera, dopo qualche birra e qualche partita a pool (nel frattempo la rivalità tra di noi intorno al tavolo sta crescendo a dismisura!!) si riparte verso Washington.

WASHINGTON, DC – 27 marzo 2009

La nuova casa di Obama ci accoglie esattamente nel modo opposto rispetto a qualche mese fa. Allora era una splendida giornata, era appena stato eletto Obama e c’era un gran fermento nell’aria. Stavolta la giornata è tetra, piovosa e l’aria è decisamente dimessa. Suoniamo al Velvet Lounge, club scurissimo ma piuttosto cool. Dopo aver fatto il load-in più faticoso della storia (tutti i bauli su per una scaletta ripida..roba da ernie multiple!) aspettiamo il nostro turno. Gli headliner della serata sono gli Ya Ho Wha 13 una storica band californiana di rock-psichedelico degli anni settanta. Dei personaggi incredibili, che, nel rispetto della tradizione freak e per la gioia di Manuel (che è allergico) si fanno tutto il soundcheck in mezzo ad un insopportabile trionfo d’incensi!! Montiamo le nostre cose, ci andiamo a mangiare il chili al Ben’s Chili Bowl…un’istituzione; un vecchio locale con musica nera a manetta, una fila clamorosa ma un chili da urlo. E appena tornati la serata è già partita: Stanno suonando i primi, dopodichè toccherà a noi. Scopriamo che c’è molta attesa, molti ragazzi son venuti, anche da lontano per vederci e questo crea una bella tensione e aspettativa generale. Si sparge la voce nel club (vista anche la presenza del nostro ingombrante tourbus di fronte) che siamo i R.E.M. italiani e quando tocca a noi la sala, per quanto piccola, è gremita. Situazione tecnica improponibile ma tra fischi, scrocchi e quant’altro, tiriamo fuori una buona prestazione, in tono col posto. Non si va troppo per il sottile ma facciamo 45 min di rock’n’roll niente male. Grande reazione del pubblico, entusiasmo e ottimi commenti a fine concerto. Bella serata nel complesso. Ci sentiamo la fine del concerto dei pazzi californiani, ci rispezziamo la schiena giù per le scale and….is time to go to Wilmington.

WILMINGTON, DE – 28 marzo 2009

Il Delaware. Da qualche parte, forse su un cartellone pubblicitario avevamo letto il gioco di parole: Dela..Where?. Beh, piuttosto azzeccato. Ci svegliamo praticamente in mezzo all’autostrada, accanto al Mojo 13, dove suoneremo stasera. Da fuori non sembra affatto male il problema è quello che c’è intorno…nulla. Io, Ago e Roberta abbiamo la malaugurata idea di fare un giro in città, a 5 miglia da dove siamo noi. Chiediamo informazioni e ci sconsigliano ma pensiamo: Esagereranno!?!
Quindi taxi (Abou) che ci porta in centro, anzi al Riverfront, a quanto pare la cosa più interessante da vedere. Passiamo in realtà per un quartiere molto carino ma non è quello. Arriviamo infine al Riverfront: trattasi di lungo fiume con grande centro commerciale annesso. Non esattamente entusiasmante. Chiediamo ad Abou di riportarci in quel quartierino ma era il ghetto e lui non ci porta. Ci lascia invece a Market st., una bella zona (secondo lui) per fare due passi.
Deserto. Brutta sensazione. Pochi loschi individui in giro. Tutto chiuso e l’unico contatto umano che abbiamo è con uno dei pochi bianchi, un tipetto piccolo e sospetto che vorrebbe venderci un coltello a serramanico con una lama più lunga della mia mano. Ci pare il caso di mangiare un bel pollo fritto nell’unico fast food aperto e richiamare Abou. Unica nota positiva: incredibilmente troviamo ad un angolo la bottega super chic di un liutaio (barricato dentro) da cui ci fermiamo aspettando il taxi. Provo un po’ di strumenti (piuttosto scadenti), ma sempre meglio che stare per strada…fa pure freddo.
Finita l’escursione ci prepariamo al concerto. Suoniamo con i Collingwood, amici del tour precedente e band interessante. Soprattutto il leader è un personaggio particolare. Strana voce, bella attitudine sul palco e sullo strumento. Loro ci accolgono meravigliosamente. Ci aspettavano e ci preparano il pubblico da veri padroni di casa. Solo che sembra proprio questo: una sorta di concerto privato. Noi suoniamo bene, non particolarmente furiosi stasera. Mancano un po’ gli stimoli e tutto scivola via, senza intoppi ma senza picchi. Uno di quei concerti che , per chi come noi pretende sempre il top, lasciano l’amaro in bocca. Ci rifaremo domani a Philly.

PHILADELPHIA, PA – 29/30 marzo 2009

In realtà ci rifaremo domani, perché oggi è day-off. Per fortuna una bella giornata. Ognuno per fatti suoi in giro..chi a South Philly, chi in Market, chi non so dove…ci rincontriamo proprio a South e arriviamo a farci una birra in Market, nei pressi del parcheggio del bus. Giusto in tempo per ripararci nel pub e goderci una grandinata epocale. 15 minuti di palle di ghiaccio, di cui la maggior parte finiscono dentro una macchina della polizia che molto furbescamente aveva lasciato i finestrini tutti giù prima di scendere.
Ceniamo con i Collingwood e un altro paio di amici dal solito fidato amico Michael, nel suo ristorante italiano, l’Ava, andiamo a farci qualche drink, incrementare l’odio sportivo tra di noi intorno ad un altro pool table e poi a riposo.
Stasera, anche alla luce della prestazione un po’ sottotono di Wilmington, c’è proprio voglia di spaccare il club, il Johnny Brenda’s. Posto fighissimo. A detta di tutti in città il live music club del momento. Dividiamo il palco con i Cassim & Barbaria, band brasiliana piuttosto nota dello stato di Santa Catarina…..da dove proviene la mia famiglia. E’ un piacere parlare un po’ di portoghese con loro, farmi raccontare un po’ come vanno le cose giù, soprattutto musicalmente e a fine serata ho messo le basi per farci organizzare un tour nella mia terra. Suonano prima loro. Bravi, alcune trovate interessanti ma mi aspettavo qualcosina di più, soprattutto da un punto di vista creativo. Noi invece stasera siamo centrati, in forma e motivati. E’ il miglior concerto di questa tornata. I ragazzi brasiliani sono a bocca aperta alla fine. Ci tengono a dirmi che era uno spettacolo perfetto, musicalmente e visivamente. Che hanno imparato molto stasera. Ottimo!! Pronti a chiudere in bellezza a NY.

Rodrigo D’Erasmo

3^ parte – New Orleans

NEW ORLEANS, LA – 24 marzo

New Orleans yes!
Forse la citta’ dove ci sentiamo più a casa insieme a N.Y., abbiamo suonato qui già 2 volte e passato un po di tempo, sia durante il primo fantastico ed estenuante tour del ’96 da supporter ai Twilight Singers, che l’anno successivo… and today it’s gig day!
L’One Eyed Jack’s è una venue perfetta, dentro una palazzina nel cuore del French Quarter, mantiene le forme di un vecchio teatro, con una lounge ed un bar all’ingress, e il salone principale tutto in legno all’interno, luci basse, il rosso che caratterizza l’ambiente, un bar al centro ed un profondo palco con sipario.
Ricordo di osservare Mark Lanegan da 1 metro dietro una quinta durante il primo concerto con noi e pensare di essere in un posto molto speciale..
Ok off we go! E’ arrivato Corey al tour bus per caricare gli strumenti e tutto ed ò già un po’ festa. Corey Allen e’ il manager, fucktotum, man-of-all-trades del locale ed il nostro amicone, fido cicerone e procuratore di perpetual amusement, ben navigato, insomma un tipo tosto e figo. Al locale siamo trattati come fratelli e con grande rispetto, dal doorman, alla barista al fonico son tutti entusiasti… bisogna pareggiare le aspettative.. il pubblico e’ variegato, siamo ovviamente una cosa strana anche qua, e questa è forse la nostra forza e appeal, sarebbe inutile seguire le forme di qualsiasi classic rock band americana..
C’è, chi ha viaggiato per qualche ora per vederci, c’è chi ci ha gia visto, chi non c’entra nulla ma è lì per curiosità, chi per i legami con i Gutter Twins.. e la magia si ricrea ancora e il concerto scorre libero.. piu’ o meno..!
Dopo il concerto si scivola come al solito tutti alla Pal’s Lounge, un neighborough bar, cioe’ il bar notturno di zona, si potrebbe definire. Gli Afterboys, Corey, Simon, Ago, Rio Hackford – padrone di entrambi i locali, abbronzato in camicia texana, altro monumento dell’entertainement qui a New Orleans.. Il bar è raccolto, tutti si conoscono e si vogliono conoscere, il juke-box urla tutto quello che vuoi tu, loud and clear, qualcuno gioca a pool, io ballo con altri e con James Brown, qualcuno già è scivolato sotto una sedia, qualcuno è sul bancone, tutti sorridono e già Corey da fuori mi chiama e mi dice che dobbiamo dileguarci altrove, perche’ no?…
a volte mi sento piu’ a casa qua’ chissà.. bella serata…

Roberto Dell’Era

2^ parte – Austin – New Orleans

AUSTIN, TX – 22 marzo 2009
Arriva il tourbus, il più bello mai avuto, munito di doccia e con un meccanismo laterale che in sosta raddoppia lo spazio nella lounge principale.


Una volta sistemati si parte per New Orleans, facciamo tappa per cena in un orrenda stazione di servizio nei pressi di Houston; rimarrà per sempre impressa nelle nostre menti la zuppa di cipolle di Rob, a lui rimarrà impressa nello stomaco.

NEW ORLEANS, LA – 23 marzo 2009

Ci svegliamo a New Orleans, giornata spettacolare! normalmente il clima è molto umido, stavolta sole splendido e clima secco, giornata perfetta per noleggiare un sogno d’infanzia, Ford Mustang nera convertibile!!!!!

Con Rod e Roberta cerchiamo negozi di strumenti per comprare qualche accessorio, troviamo negozi di abbigliamento vintage spettacolari e scatta il delirio.
E’ il compleanno di Giorgio (Ciccarelli) e con questa scusa troviamo in Magazine St. da Funky Monkey dei costumi incredibili per tutti. Contusi e felici ce famo na bira.

Cena spettacolare al Nola, uno dei migliori ristoranti di New Orleans, incredibile come comparato ai prezzi di Milano sia assolutamente abbordabile.
Dopo cena ci buttiamo nel quartiere francese, c’è Dave Rosser che suona cover in uno delle decine di locali affacciati su Bourbon St. Di fronte suona invece una formazione di afroamericani che fa pezzi funk come solo loro possono!
Ci sparpagliamo tra locali vari dopo aver fatto un salto al One Eyed Jack’s, il club dove suoniamo ormai per la terza volta a N.O., sicuramente uno dei nostri preferiti se non il preferito.

Giorgio Prette

1^ parte – Austin e San Antonio

AUSTIN, TX 18 – 21 marzo 2009

Rieccoci qui, sul suolo a stelle e strisce…
Austin, Texas. la mia prima volta. E’ inequivocabilmente la città del festival, il SXSW vive per questo, vive anche di questo e lo si respira appena messi i piedi in città. il tutto si snoda in Downtown, con la 6th ave. e Riverside a farla da padrone e Congress ave. come appendice altrettanto interessante. E’ una specie di delirio tarantiniano, stile “dal tramonto all’alba” a partire dal tardo mattino in Congress fino ad esplodere sera e notte in Downtown. 300 band al giorno circa, ogni genere di musica, tanta spazzatura ma anche tante ottime proposte, da ogni parte del mondo. Il livello medio è decisamente alto.


Iniziamo il 19 (il 18 abbiamo avuto solo le forze per scaricare la roba in hotel e andare a mangiare una bistecca colossale prima di svenire dopo quasi 24 ore di viaggio), è il giorno del nostro showcase ma ci muoviamo presto per iniziare ad entrare nel clima…a proposito: giornata meravigliosa che ci permette di pranzare all’aperto e iniziare a vedere qualche band.
Le prime sono delle cowgirls fighissime che fanno una sorta di country-rock’n’roll niente male. Accanto un taco-bar all’aperto con band di indie rock di vario genere. Tutti con un gran suono.
It’s our time, si suona al Submerged, alle spalle del palco una parete d’acqua. E’ come fossimo in un acquario. Soliti problemi di corrente, di suoni, d’altronde ci sono 5 band a sera!!! Momento topico, fine del solo di “Thin white line”, rientra la voce e…..sulla nota finale di Manuel, perfettamente a tempo…….salta la luce. Boato, delirio, 5 minuti di attesa e riprendiamo dallo stesso punto per chiudere il concerto in grande stile. Accoglienza ottima, come sempre, reazione entusiastica ma è già tempo di smontare, lasciare il palco ad un’improbabile band indonesiana di reduci/nostalgici dei Guns’n’Roses e buttarci in strada alla ricerca di qualche bel club e soprattutto qualche buona band.

La 6th, come dicevo, si è appena trasformata come nel film di Tarantino e ci facciamo largo tra mostri, vampiri di ogni specie verso lo Stubb’s, dove il programma della serata recita: Gomez, Andrew Bird e a chiudere Ben Harper….niente male! Purtroppo la fila è chilometrica e ci convince a cambiare idea. Ci sono i nostri amici Dave Rosser e Jeff Klein in città, per suonare con Ed Harcourt all’Elisium ed è lì che ci dirigiamo. Posto molto bello ma quasi tutti qui lo sono. Concerto molto bello. Super band (basso, batteria, 2 chitarre, violino, tromba e percussioni) e questo Ed al piano e chitarra è una discreta furia. Grande voce, ci sa fare e ha delle scarpe di pelle biancopitonate che lasciano il segno. La compagnia si è ridotta a me, Manuel e Roby. Dopo un’improbabile band locale di emoelectro salgono sul palco niente di meno che That Petrol Emotion, ancora in grande forma. Finiamo la serata lì con Dave e Jeff per poi tentare di rientrare in hotel col navigatore impazzito che “ricalcola”…ogni 200 miglia. maledetto!
Siamo al 20, San Antonio day. Prima, in tarda mattinata un giro di shopping folle in Congress in questi negozi di country vintage dal gusto quantomeno criticabile.

E’ estate, c’è afa, afa chiama birra e birra chiama band…tanto suonano da mezzogiorno circa…..

Ore 4 pm: carico furgone backline e partenza per San Antonio, profondo Texas. Destinazione Limelight. La rotta è quella che porta in Messico e l’arrivo è in un posto lurido, vissuto, tavolo da biliardo all’ingresso e palco, o quello che ne rimane…in fondo. Tutto sommato, una figata!

Accoglienza ottima, sono loro ad essersi informati e ad averci voluto e ci trattano con grande affetto e rispetto. Il contrario di ciò che temevamo. E infatti la serata che sulla carta poteva sembrare sottotono si rivela divertente, un ottimo concerto, bel pubblico, vera cena messicana, buona rappresentanza di vere femmine texane (roba da film..). Insomma finiamo soddisfatti, sbronzi il giusto tranne Giorgio (Prette) eroe ella serata, che ci riporta a Austin sani e salvi…praticamente da solo, visto che 5 min. dopo la partenza, tutti dormono. Me compreso ovviamente.
Comunque, ultimo day off al South by South West. In parte va via con una troupe di L.A. che nel primo pomeriggio ci porta nei dintorni dell’hotel per filmarci suonando in giro unplugged.



Stasera suona John Parish, con P.J. Harvey e il nostro Giovanni Ferrario. Andiamo a trovarli per l’aperitivo in hotel, poi a cena insieme. John assomiglia sempre di più a Giovanni Paolo secondo (tanto anche se lo leggesse, non capirebbe), Giovanni in buona forma, emozionato ma contento e Jean Marc Butty, il loro batterista francese, simpaticissimo.

In realtà a cena restano Manuel e Roby e Roberta mentre io, i Giorgi, Ago e Simon ci ributtiamo nell’inferno dei locali, direzione Stubb’s, dove poi suoneranno John e P.J. E’ il club più bello che abbia visto qui. Palco all’aperto con copertura a forma di fauci di squalo, tre bar fuori e il locale di legno su tre piani con cucina (ottima), due grandi bar e palco al chiuso dove durante i cambi palco all’esterno suona una band di rock’n’roll di San Diego con un sound pazzesco. Sembrano i primi Black Crowes.
Fuori il programma non è esaltante come quello della prima sera ma comunque White Lies, Razorlight, P.J. Harvey & John Parish……sono sempre tanta roba. Buoni i White Lies, deludenti i Razorlight ma poi salgono John alle chitarre e banjo, Jean Marc batteria, Eric Drew Feldmann al basso e tastiere, Giovanni alla chitarra e P.J. Harvey voce, percussioni e… follia. Una delle cose migliori che abbia visto da un pò, ma visto che ho pensato la stessa cosa dopo aver visto P.J. Harvey all’Auditorium a Roma esattamente un anno fa, non mi stupisce. Allora era sola, suonava tutto e mi ha incantato, nel suo abito vittoriano. Stavolta c’è una band straordinaria sul palco, è un concerto di teatro musica. Pieno di timbri diversi, arrangiamenti estremi, grandi canzoni e una frontgirl fuori dal comune a sublimare il tutto. Si impara tanto da concerti come questo, peccato siano piuttosto rari.
Non è finita qui. Tra un’ora, all’una suonano Echo & the Bunnymen non lontano da qui, al Rusty Spurs. e ce li perdiamo?? Altro gran club, esplode di gente, riusciamo a buttarci nel retro al’aperto nell’attesa che inizi il concerto a bere un drink (l’ennesimo) con Benjamin dell’Ambitious Orchestra di NY. Posto stracolmo, non si respira, Echo e i suoi amici ci fanno aspettare più di un’ora. Alla fine ascoltiamo i primi tre o quattro pezzi, il tempo di farsi cogliere dalla nostalgia dei loro tempi andati e scappiamo via…c’è Giorgio (sempre Prette) che ci aspetta in macchina. Raccattiamo anche Ago e un Simon in grandissima forma (?!?..dal giorno dopo sarà nella back lounge con 70 di febbre) ed è finita qui l’avventura texana.
New Orleans ci attende.

Rodrigo